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Se la poesia fosse

 

Se la poesia fosse nome

sarebbe nome di niente,

delle piante che non hanno forma,

degli attrezzi che non hanno colore.

Se la poesia fosse oggetto

sarebbe vacuo oggetto consacrato

alle forme spezzate della sete.

Se la poesia fosse poesia

sarebbe il carro di una non legge

che la generò,

canto di lingue indicibili,

diafano canto di note dodecafoniche,

zenit della terra.

Se la poesia fosse strumento di pace

sarebbe lì,

negli angoli mancati della terra,

nella rotondità del cosmo,

nelle braccia infinite di quella gente infinita

che fugge dalla morte.

L’Aquila III

 

Spurgata dalla notte

la tua voce è dismessa

dalle fatiche

del sogno apparente.

Spiegata dalla mente,

la porta apparente

del tuo sogno

si rivela a te come

una sensibile geisha.

Porta quasi d’oriente

la femme del colle di maggio

risale dalla tempia

assecondando un miraggio.

Magro balcone di tempia,

la tua visione è leggera

la tua voglia è trasparente.

In ginocchio,

come gambe d’oriente

le montagne si prostrano a te

con la bellezza dei confini caduti,

e l’agonia di campo

è un’accorata agonia di fede.

Così,

le prede celesti

del tuo battito

sarebbero stelle inaudite.

Parole e abiti,

oasi di macerie.

Parole e case,

case e parole.

Ordigni sconfitti,

versi del sottosuolo,

lumi accesi

di una sera lontana.

La tua guerra è una ferita mal riposta

di una sera lontana.

La tua guerra è una guerra calda

di segreti che erompono dalla terra.

E la tua pace è un pudore già nascosto.

 

 

 

Scappo per 10 giorni

Scappo per 10 giorni

non venite a cercarmi

non venite a riprendermi dentro i giacigli arrossati

non risponderò.

 

A presto dunque.

Un caro saluto a tutti. ;)

Greta

 

Vorrei proporre questa poesia di Rilke allo scopo di accostarla all’opera di Nietzsche “Soltanto pazzo! soltanto poeta” postata precedentemente.

 

Giaceva. Sopra i ripidi cuscini

il suo volto s’ergeva pallido di rifiuto

da quando il mondo e questo suo pensarlo

- scisso ormai dai suoi sensi – in grembo all’anno

indifferente era ricaduto.

Non seppe mai, chi lo vedeva vivere,

com’era in ogni cosa uno e indiviso, poichè tutto,

queste profondità con questi prati

e queste acque erano il suo viso.

Oh, il suo viso era questo spazio immenso

che ancora in lui si cerca e a lui si tende,

e la sua maschera che l’agonia dissolve

è aperta e tenera come l’interno

di un frutto che all’aria si corrompe.

 

L’influenza di Nietzsche è sconcertante.

I riferimenti al testo “Soltanto pazzo! soltano poeta”  balzano con evidenza. Si parte da un’ambientazione paesaggistica in entrambi i poemi, l’idea del pallido e della morte li pervade entrambi.

Il poeta non viene compreso dalla società, e per una sorta di rifiuto o è destinato a morire o è destinato a divenire pazzo.

Il riferimento alla maschera è puntuale.

Il riferimento a Dio, uno e indiviso è puntuale.

Inoltre, c’è la profondità dell’abisso, e pure la caduta dell’uomo-poeta.

 

L’arte deve essere, per Nietzsche, solo dionisiaca in quanto spetta alla filosofia essere soltanto apollinea. E la forma dionisiaca per eccellenza è secondo Nietzsche la poesia.

 

 

Nell’aria rischiarata,

quando già la consolazione

della rugiada stilla sopra la terra,

invisibile e inudita

- poiché come tutti i dolci consolatori indossa

la confortatrice rugiada delicati calzari -

allora ricordi, ricordi, cuore ardente,

come fosti assestato, un tempo,

come, stanco e riarso, fosti assestato

di lacrime celesti e gocce di rugiada,

mentre su gialli sentieri d’erba

tra neri alberi ti correvano intorno

malvagi sguardi serali del sole.

Il pretendente della ‘verità’ – tu? così schernivano

no! soltanto un poeta!

un astuto, rapace, strisciante animale

che deve mentire,

che sapendo, volendo, deve mentire,

bramoso di preda,

variamente mascherato,

maschera egli stesso,

egli stesso preda

‘questo’ – il pretendente della verità?…

Soltanto pazzo! Soltanto poeta!

Che parla in modo variopinto,

che dalle maschere di pazzo parla confusamente,

arrampicandosi su menzogneri ponti di parole,

aggirandosi, strisciando

su arcobaleni di menzogne
tra falsi cieli-

’soltanto’ pazzo! ’soltanto’ poeta!…

Questo- il pretendente della verità?…

Non quieto, rigido, piano, freddo,

divenuto immagine,

pilastro di Dio,

non innalzato dinanzi ai templi,

un guardiano di Dio:

no! ostile a simili statue di virtù,

più nelle selve che nei templi di casa,

colmo di una felina spavalderia

che salta oltre ogni finestra

hop! in ogni casualità,

fiutando ogni foresta vergine,

tu che corresti nelle foreste vergini

tra variegati e arruffati animali da preda

empiamente sano e bello e variopinto,

con labbra vogliose,

beato di scherno, beato d’inferno, beato di brama di sangue,

predando, strisciando, ‘mentendo’ corresti…

Oppure simile all’aquila che a lungo,

a lungo immobile scruta gli abissi,

i ’suoi’ abissi …

- oh, come quiggiù esse

si inanellano in basso, in dentro,

in sempre più fonde profondità!-

Poi,

d’un tratto,

con volo diritto

e slancio improvviso

gettarsi su ‘agnelli’ a precipizio,

affamato, bramoso di agnelli, adirato

con tutte le anime d’agnello

furiosamente adirato con tutto ciò che ha

sguardi virtuosi, di pecora, sguardi dal vello ricciuto,

ottusi, muniti della benevolenza del latte d’agnello…

Quindi

come di aquila, di pantera

sono le bramosie del poeta,

sono, dietro mille maschere, le ‘tue’ bramosie,

tu pazzo! tu poeta!…

Tu che vedesti l’uomo

come ‘dio’ e come ‘pecora’-,

’sbranare’ il dio nell’uomo

come la pecora nell’uomo

e ‘ridere’ sbranando -

‘questa, questa è la tua beatitudine’,

la beatitudine di una pantera e di un’aquila,

la beatitudine di un poeta e di un pazzo!…

Nell’aria rischiarata,

quando già la falce della luna

verde tra rossi di porpora

e invidiosa si insinua,

-avversa al giorno,

ad ogni passo segretamente

falciando amache di rose,

fino a quando esse cadono,

pallide cadono verso la notte:

così io stesso caddì, una volta,

dalla mia follia di verità

dalle mie bramosie del giorno,

stanco del giorno, sofferente per la luce,

-caddì in giù, verso la sera, verso l’ombra,

bruciato da una sola

verità e assetato

-ricordi ancora, ricordi, cuore ardente,

com’eri assetato allora?-

‘che io sia bandito

da ogni verità!’

‘Soltanto’ pazzo! ’soltanto’ poeta!…

L’Aquila II

 

 

 

Come potrei amare

le scabre ferite del tuo petto?

Hai un ventre diviso dalla non risurrezione

l’asfalto è scavato dalla non memoria.

Città-manifesto della coltre gettata sulle tende.

Potrei forse amare il tuo cranio d’Abruzzo

armato di polvere battente?

La pelle respira polvere di tempo

seminato come grano secco.

I campi non arati si sono giunti.

E le voci sono tenui canti di semina.

 

 

 

 

 

A mio padre

 

 

 

La tua quiete poggiata sul lastricato

le primule delle tue forze

che non ho saputo cogliere

i crolli di un viso che mi hai mostrato solo una volta

i crolli di un altopiano che ti serba

distante, calcareo come la neve,

maturo.

La tue primule essiccate

dove la notte non può essiccare,

perdersi fra i crocicchi dei tuoi angoli,

la tua bocca e i tuoi angoli che si innestano

come traguardi.

Le tue strade perdute e ritrovate,

gli oggetti del tuo peso

che mescoli fra le parole,

il tuo peso,

che è una pietra lanciata

sulla valle.

Il tuo battito,

che è un dilemma scagliato

in mezzo al tempo.

 

Più non posso dirti, vallo

del mio specchio che si scosta da me.

Vallo del mio specchio che si ama,

con forza improvvisa,

con paziente lentezza.

 

 

 

 

 

A mia madre

 

I tuoi passi alla vita

grembo del silenzio materno

le tue narici mischiate col vento

grembo dove l’arca della terra

apre varchi sapienti

del tuo sapere di madre

del tuo oggetto di figlia

reso libero dal te

che tutto sostiene

dal te del tuo evento

madre umana creatrice

di vite non ancora vissute

con i tuoi passi divergenti d’ottobre

quando a ottobre tu camminasti in riva al mare

e pensasti che forse non ero più tua.

Camminasti,

fra i cornicioni spezzati

della mia anima

un silenzio oltretombale

delle tue braccia opache

braccia che sanno tenermi sul seno

come una barca ferma all’approdo.

I tuoi passi alla vita,

rivedo le tue narici dalla terra

come ombre specchiate sul cielo,

stomaco di cielo la tua mano che mi tiene la testa

e dal costato dell’aurora vedo la prua della mia bellezza.

 

 

 

 

Burnt Norton

 

Burnt Norton

I
Tempo presente e tempo passato
sono forse entrambi presenti nel tempo futuro
e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.
Se tutto il tempo è eternamente presente
tutto il tempo è irredimibile.
Ciò che avrebbe potuto essere è astrazione
che rimane possibilità perpetua
solo nel mondo della speculazione.
Ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è stato
mirano a un solo fine che è sempre presente.
Eco di passi nella memoria
giù per il corridoio che non prendemmo
verso la porta che non aprimmo
mai, nel giardino delle rose.
Eco delle mie parole, così, nella vostra mente.
Ma a che fine disturbando la polvere
su una coppa di foglie io non so.
Altri echi abitano nel giardino.
Li seguiremo noi? Presto, disse l’uccello,
trovàteli girato l’angolo.
Attraverso il primo cancello,
nel nostro primo mondo,
seguiremo noi l’inganno del tordo?
[...]
Via, via, via disse l’uccello:
il genere umano non può sopportare troppa realtà.
Il tempo passato e il tempo futuro,
ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è stato
mirano ad un solo fine,
che è sempre presente.

II
[...]
E non chiamatelo fissità,
il luogo dove passato e futuro sono uniti.
Non movimento da né verso,
non ascesa, né declino.
Fuorchè per il punto, il punto fermo,
non ci sarebbe danza e c’è solo danza.
Posso solo dire là noi siamo stati:
ma non so dire dove.
E non so dire per quanto tempo,
perchè questo è collocarlo nel tempo.
[...]
Tempo passato e tempo futuro
consentono solo scarsa consapevolezza.
Essere consapevoli è non essere nel tempo
ma solo nel tempo il momento
nel giardino delle rose il momento nella chiesa
che l’aria attraversa quando il fumo ristagna
possono essere ricordari; mescolàti a passato e futuro.
Solo attraverso il tempo si conquista il tempo.

[...]

V
Le parole si muovono, la musica si muove
solo nel tempo; ma ciò che soltanto vive può soltanto morire.
Le parole, dopo il discorso giungono al silenzio.
[...]
Non la quiete del violino
finchè dura la nota non quella soltanto,
ma la coesistenza o diciamo che la fine
precede il principio e la fine e il principio erano sempre lì,
prima del principio e dopo la fine.
E tutto è sempre ora.
Le parole si tendono si lacerano
e talora si spezzano sotto il peso,
sotto la tensione incespicano scivolano muoiono
imputridiscono per imprecisione
non vogliono stare al loro posto
non vogliono restare ferme.
[...]
Desiderio stesso è movimento
per se stesso non desiderabile;
amore è per se stesso immobile, soltanto causa e fine di movimento
senza tempo e senza desiderio fuorché nell’aspetto del tempo
condensato in forma di limitazione tra non essere ed essere.
Improvviso in un raggio di sole
mentre ancora la polvere muove
ecco si leva il riso nascosto di bimbi tra le foglie,
presto ora qui ora sempre – ridicolo
il desolato triste tempo che prima e dopo si distende.

* *

 

 

Blake. La Tigre.

 

Voglio riproporre qui una celebre poesia di W. Blake, nella quale caos e istinto creatore si amalgamano procedendo dallo stesso impulso. 

A mio parere, la chiave di questa poesia è tutta racchiusa nel “what” (“quale”).

 

 

THE TYGER (da: Songs of experience, 1794)

Tyger, Tyger, burning bright
In the forests of the night,
What immortal hand or eye
Could frame the fearful symmetry?

In what distant deeps or skies
Burnt the fire of thine eyes?
On what wings dare he aspire?
What the hand dare sieze the fire?

And what shoulder, & what art,
Could twist the sinews of thy heart?
And when thy heart began to beat,
What dread hand? & what dread feet?

What the hammer? what the chain,
In what furnace was thy brain?
What the anvil? what dread grasp
dare its deadly terrors clasp?

When the stars threw down their spears
And water’d heaven with their tears.
Did he smile his work to see?
Did he who made the Lamb make thee?

Tyger, Tyger, burning bright
In the forests of the night,
What immortal hand or eye
Dare frame thy fearful symmetry?

 

(La tigre) – Tigre, Tigre, fiamma iridescente / nelle foreste della notte, / quale immortale occhio o mano / ha potuto forgiare la tua paurosa perfezione? // In quali abissi o cieli lontani / bruciò il fuoco dei tuoi occhi? / Su quali ali osa levarsi? / Quale mano osa afferrare il fuoco? // E quale braccio, & quale arte, / poté piegare i nervi del tuo cuore? / E quando il tuo cuore cominciò a battere, / quale orribile mano e quali orribili piedi? // Quale il martello? quale la catena, / in quale fornace scaturì il tuo cervello? / Quale l’incudine? quale orribile stretta / osò stringere i suoi funesti terrori? // Quando le stelle scagliarono le loro lance / e bagnarono di lacrime il cielo, / lui sorrise vedendo il suo lavoro? / Chi creò l’Agnello creò anche te? // Tigre, Tigre, fiamma iridescente / nelle foreste della notte, / quale immortale occhio o mano / ha osato forgiare la tua paurosa perfezione?

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